INTERVISTA ALL’AUTORE DEL LIBRO "Infermiere di professione, comico per vocazione”, FRANCESCO
DI GENNARO
“Il riso fa buon sangue”: è questo il tuo motto?
Sì! Dunque, io sin dagli anni ’80, girando per i reparti ospedalieri notavo tristezza, tensione e molto spesso solitudine. Essendo una persona molto allegra, ho provato a cambiare questo ‘stato di cose’ adoperandomi in prima persona: ho iniziato a raccontare barzellette ai pazienti, a narrare fatti comici, a
proporre delle gag. E inevitabilmente mi accorgevo di scatenare reazioni positive. Affioravano dei sorrisi sui volti dei malati e dei loro parenti. Ecco che “il riso fa buon sangue” vuole significare che, facendo sorridere un ammalato, tu riesci a mettere da parte la tensione e alleggerire il trauma della degenza. Prima ho citato anche i parenti dei degenti perché il fatto di un ricovero coinvolge tutti, tutta la famiglia, non solo l’ammalato.
Sei un promulgatore della comicoterapia: ci spieghi in cosa consiste?
Faccio una piccola premessa: noi sappiamo che esistono i clown, i volontari. Tante persone che ogni giorno si recano da chi soffre per regalargli un sorriso. La comico-terapia per me è il sorriso assunto come medicina. Quindi quell’insieme di gag e barzellette o quant’altro un operatore medico-sanitario propone a pazienti e parenti durante la degenza per aiutarli, è terapia.
Nel tuo libro ”Infermiere di professione, comico per vocazione”, edito da Albatros, racconti di aver incontrato molti ostacoli come lo scetticismo e il pregiudizio dei colleghi. Come ti sei districato in queste situazioni?
Intanto io premetto di essere una persona molto allegra, come appunto ti dicevo all’inizio. Sono nato comico e filantropo, mi adopero per il benessere altrui. Quando ho trovato ostacoli come lo scetticismo e il pregiudizio dei colleghi, ma anche dei primari, io, con il sorriso e un po’ di garbo, ho cercato di spiegare loro che la mia comico-terapia non è una terapia propinata da un infermiere che ha poca voglia di lavorare, ma che si poteva creare una sinergia tra comicità e cura. Se siamo capaci di trasmettere serenità ai pazienti saremo anche noi sereni. Per cui sereni i pazienti, sereni i parenti, sereni gli operatori
sanitari… ecco che questo cocktail di sinergie permette di vivere tutti in modo migliore situazioni difficili e traumatiche, come il ricovero. Con garbo ed educazione quindi non ho mai smesso di darmi da fare.
Secondo te come mai i colleghi invece che sostenerti ti ostacolavano?
Perché sin dagli anni ’80, appunto, quando ho iniziato a darmi da fare, loro hanno sempre confuso le mie proposte con una forma di fannullaggine. Secondo lo stereotipo più diffuso, un infermiere deve essere professionale e quindi: serio! Non deve scherzare. Invece la rigidità di un operatore non sempre funziona. Ed essere dei bravi infermieri non vuol dire essere necessariamente sempre seri. Insomma, un sorriso proprio non fa male. Poi però, col tempo, anche gli scettici mi hanno dato ragione. Perché alla fine, quando i parenti e i pazienti mi abbracciavano, mi ringraziavano io, nel ricambiare davanti ai colleghi, coglievo puntualmente l’occasione per dire: “Speriamo che diventino tutti come me!”. E guardando gli altri infermieri, aggiungevo: “Ragazzi,vedete che funziona!”. Diciamo che il quesito di base che bisogna porsi e che mi pongo sempre è questo: se fossi io il paziente, come vorrei essere trattato?
Ci dai un assaggio di quelli che definisci: “proiettili dell’amore” che mandi dritto al cuore dei pazienti?
Ti faccio un esempio particolare. Ho conosciuto una ragazza albanese di nome Bora. Una mattina alle 8 la trovo distesa su una barella qui in ospedale. Era molto triste, anche perché non c’erano posti letto… Insomma, io mi avvicino, mi presento dopo aver letto la cartella clinica, e le dico: “mi raccomando non ti muovere dalla barella altrimenti puoi cadere. E non lo dico per te ma per il pavimento che costa 10.000 euro al mq”. Ecco questo è un proiettile dell’amore che ho sparato a una ragazza di 23 anni che studiava all’università di Bari, e che stava da sola, lontana da casa. Il proiettile che ho sparato non ha fatto male ha nessuno ma ha conquistato un sorriso, non ha fatto male né all’azienda ospedaliera né all’unità operativa, né tantomeno a chi l’ha ricevuto, anzi...
Per meglio comprendere l’importanza di questo approccio, vuoi spiegarci i risultati raccolti durante la tua attività?
I risultati sono stati molti e molto belli. Mi inorgogliscono. Ti faccio prima un’altra piccola premessa però: in questi trent’anni, prima di uscire dai reparti, ho sempre avuto l’abitudine di passare per i letti a salutare i pazienti con un sorriso. Poi però, quando la porta si chiudeva alle mie spalle mi veniva un forte magone, mi saliva una certa tristezza: io tornavo a casa e loro no. Queste sono state le molle che mi hanno fatto scattare la voglia di continuare a credere nella necessità di quei piccoli ma importanti gesti. E poi i risultati ci sono: più cordialità, più armonia, più serenità nonostante i problemi che sappiamo vi sono entrando o lavorando in un ospedale.
Lo stato d’animo, le condizioni psicologiche di un paziente incidono sullo stato fisico e quindi anche sulla malattia?
Si, infatti ti posso dire che molti pazienti che ho conosciuto hanno diminuito l’assunzione di farmaci: in particolare antidepressivi e antidolorifici. Talvolta con una battutina buttata lì al momento giusto gli ho fatto dimenticare il dolore e l’esigenza impellente di assumere un medicinale. In breve il momento acuto passava con una risata e il degente si dimenticava dell’antidolorifico.
Dalle pagine di Vivessere puoi lanciare un appello. Hai carta bianca.
L’appello lo lancio ai miei colleghi operatori e ai medici: uniamoci tutti, facciamo sinergia per dare gioia a chi soffre. Organizziamo convegni su questi temi e promuoviamo la comico-terapia.
Bene! Dove, come ti trovano?
Su Fb: Francesco Di Gennaro.
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