Il clown che cura i malati

Madre Natura mi ha dato lo spirito. In 29 anni di professione non sono
riuscito a trattenere le battute». Tranquilli: non è Berlusconi. Francesco Di
Gennaro, infermiere specializzato al reparto ortopedico del Policlinico di Bari,
ha un metodo di lavoro particolare: la «terapia del sorriso». La pratica dal
1982, giovanissimo tirocinante, incurante già allora delle ironie: «Vorrei
consigliarla ai colleghi di tutta Italia. È una sinergia tra professionalità e
divertimento per offrire una degenza serena». Negli anni, “Frank” si è fatto un
nome: lo chiamano il Patch Adams barese. E gli piace fino a un certo punto:
«Anche lui era un medico che si metteva il naso finto. Io non sono un clown né
un volontario. Semplicemente, ritengo che distrarre un paziente con un aneddoto,
riuscire a farlo ridere mentre faccio un prelievo di sangue o attacco una flebo
facilita il mio lavoro e rilassa le persone che, in un ambiente medico asettico
se non ostile, si sentono sempre spaesati». Baffoni d’antan alla Tom Selleck,
faccione rubicondo, camice bianco e - spesso - parrucca bionda. Di Gennaro, 53
anni, è consapevole che il suo approccio poco ortodosso alla medicina non è
universalmente apprezzato: «Ostacoli ne ho incontrati molti. E non sono finiti.
Non tutti i medici o i direttori generali degli ospedali apprezzano. La mia
ricompensa è l’abbraccio dei pazienti. Faccio ridere le ragazze paurose come
l’anziano con il femore rotto. Si potrebbe credere che l’obiettivo della
clown therapy siano solo i bambini, ma non è così. Per me tutti i
pazienti sono di serie A e gli dedico uguale attenzione: malati cronici,
adolescenti in difficoltà, lungodegenti. È ovvio che le modalità sono diverse.
Per i più piccoli indosso maschere e occhialoni, con gli adulti devo modulare
barzellette e storielle». Poco sofisticate: a due ragazze, una che accompagna
l’altra a ricoverarsi: «Siete amiche del cuore? Ah no, qui è riservato alle
amiche del fegato». Di Gennaro ride: «Mica devo intrattenere dei laureandi. Il
punto è far passare la paura. Andando al punto..». A volte, con gag parecchio
piccanti: «Sì, sono stato criticato per scenette e battute ammiccanti. La verità
è che questi argomenti provocano risate liberatorie. Il paziente sublima ansia e
paura in un sollievo quasi isterico. E poi è tranquillo. Mi creda: è un metodo a
prova di bomba». Trent’anni di risate in corsia sono finiti in un diario:
«Infermiere di professione, comico per vocazione», pubblicato da Albatros. Per
presentarlo in giro per l’Italia usa le ferie, viaggia a spese sue e bussa alle
redazioni dei giornali: «Aiutatemi a far capire che, oltre al corpo, anche
l’anima necessita di cure mediche. Basta poco».
Federica Fantozzi
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